De Vecchi: la marcia di Roma doveva farsi ad agosto
Se le cose fossero andate così sarebbe davvero clamoroso. A parlarne non è uno storico qualsiasi ma uno studioso di grande livello come Eugenio Di Rienzo, che nel secondo fascicolo di quest’anno del quadrimestrale <Nuova rivista storica> analizza un documento finora inedito. Si tratta del memoriale che il quadrumviro Cesare de Vecchi di Val Cismon scrisse in terza persona durante il 1946 e che presentò al processo cui fu sottoposto nel novembre dell’anno successivo alla seconda sezione della Corte d’assise speciale di Roma. De Vecchi doveva difendersi dall’accusa di essere stato uno dei quadrumviri, uno dei leader del colpo di Stato del 22 ottobre 1922, insomma della cosiddetta <marcia su Roma>.
La tesi difensiva di de Vecchi era semplice e lineare: egli, a suo dire evitò la sanguinosa e vera Marcia su Roma che avrebbe dovuto verificarsi ai primi d’agosto, come reazione del Partito nazionale fascista allo sciopero legalitario organizzato dalle confederazioni sindacali nel luglio 1922. La disposizione del segretario del Pnf, di cui de Vecchi era venuto a conoscenza, impartiva a tutti i Fasci <l’ordine rivoluzonario che imponeva l’attacco contro le istituzioni dello Stato, il disarmo improssivo e violento delle stazioni isolate dei Carabinieri, la marcia successiva sulle città e quant’altro di stile, natura e sistema caratteristico dell’antico armamentario rosso e dell’antica pratica fatta da Mussolini>.
Lo sforzo di de Vecchi davanti ai giudici era quello di presentarsi come l’anima perbenista e conservatrice del fascismo, che equilibrava la <testa calda> Mussolini. Il quadrumviro sostenne al proccesso di essere andato al Viminale (che ricordiamo allora era sede del presidente del Consiglio), di essere stato ricevuto dal presidente del
Consiglio Luigi Facta e dal capo di gabinetto Efrem Ferraris. Il presidente del Consiglio avrebbe pregato de Vecchi <di intervenire per fare opera di pacificazione, moderando e frenando l’attività fascista nelle province>. Per un giorno intero De Vecchi sarebbe rimasto al Viminale e, alla presenzza di Ferraris, <telefonò alle prefetture dove si verificavano disordini, fece chiamare i capi fascisti locali e trovò modo di far comprendere che il movimento doveva essere fermato e deviato>.
Fu grazie a de Vecchi, era questa la tesi difensiva, se venne evitato un vero colpo di Stato e un grande spargimento di sangue. E se il colpo di Stato venne ridotto un paio di mesi dopo a una marcetta coreografica di cui Facta e il re Vittorio Emanuele III erano avvertiti e consapevoli.
Una tesi credibile? Ci sono diversi riscontri, sostiene di Rienzo, sulla veridicità del racconto di de Vecchi, a cominciare dall’ultimato rivolto al movimento sindacale pubblicato il primo agosto dal <Popolo d’Italia>. Tuttavia, sottolinea lo storico, de Vecchi si prende troppi meriti e soprattutto si attribuisce troppa importanza. Al centro dell’azione politica c’era saldamente Mussolini che costantemente mediava tra l’ala destra e l’ala sinistra del partito e spostava l’ago della bilancia dove più gli conveniva. Senza tema di smentirsi o di apparire contraddittorio. Probabilmente fu lo stesso Mussolini l’autore della sterzata moderata nell’agosto 1922.
Una testimonianza inedita tuttavia è sempre gradita, anche se tutti i memoriali difensivi sono sempre da prendere con le molle.
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