La resistenza e la “svolta” di Salerno. Togliatti e Stalin
Sul fatto che la gran parte della brigate partigiane comuniste volessero dare alla resistenza un ‘impostazione rivoluzionaria che avrebbe dovuto condurle alla dittatura del proletariato esiste un’ampia letteratura storiografica e persino gli storici di sinistra ( a questo proposito bastino i saggi pur lacunosi per altri aspetti di Paolo Spriano, Intervista sulla storia del PCI, edito da Laterza 1979 e quello di Aurelio Lepre , la svolta di Salerno da Editori Riuniti 1966) lo riconoscono da tempo . Più recenti indagine storiche ci hanno chiarito invece le motivazioni che indussero Togliatti, tornato in Italia da Mosca nell’aprile del 44, a frenare questo desiderio rivoluzionario dei partigiani con la c.d “svolta di Salerno” in cui annunciava l’entrata del PCI nel quadro costituzionale con il contestuale appoggio del governo monarchico di Badoglio. Togliatti era ritornato da Mosca dove era informato molto meglio dei partigiani italiani della situazione internazionale che si andava evolvendo, del fatto che l’Italia nel quadro della divisione per blocchi che sia andava riproducendo e che l’Italia sarebbe entrata a far parte della zona di influenza occidentale. Dunque era cosciente che qualsiasi tentativo di rivoluzione comunista era destinata all’insuccesso e che doveva essere frenato, pena il rischio di perdita da parte comunisti di qualsiasi ruolo politico nell’Italia della ricostruzione. In questo senso l’avallo di Stalin all’inserimento del PCI nel quadro costituzionale concretizzatasi con la svolta di Salerno testimonia anche della doppia fedeltà ( al governo italiano e ai comunisti russi) cui Togliatti doveva sottostare e si spiega anche con la necessità per il Migliore di dover piegare qualsiasi strategia autonoma alle esigenze internazionali della Russia ( non dimentichiamoci che al momento della svolta nell’aprile del 44 l’alleanza con Churchill e Roosevelt era ancora operante e che Stalin ne aveva ncora parecchio bisogno). La preventiva concertazione tra Stalin e Togliatti è ulteriormente confermata dal fatto che un mese prima della svolta nel marzo del 44 l’Unione Sovietica riconobbe il governo di Badoglio ( vedi il saggio di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Stalin e Togliatti , da IL Mulino, 1977). Ovviamente i partigiani non erano a conoscenza di queste trame diplomatiche e pensavano che l’atteggiamento di Togliatti fosse interlocutorio e che sarebbe seguito l’ordine insurrezionale e quando dopo la Liberazione non venne l’ordine di passare alla successiva fase rivoluzionaria del conflitto la delusione fu diffusa e i comportamenti tenuti differenti: una parte delle brigate partigiane nascose le armi nella speranza che l’ordine insurrezionale arrivasse, altri non si arresero all’evidenza e procedettero a quelle violenze, rese dei conti ed eliminazioni fisiche di ex repubblichini, preti e di partigiani non comunisti descritteci dai libri della Storia d’Italia di Montanelli, del Sangue dei Vinti di Gianpaolo Pansa , Luciano Garibaldi (I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi, Ares ) e da altri saggisti.
Che la svolta moderata di Togliatti non fosse il frutto di una decisione autonoma ma sia avvenuta su forte pressione di Stalin è confermato da altri documenti che l’opera di ricerca negli archivi dell’ex URSS diAga Rossi e Zaslavsky, ha consentito di far conoscere al grande pubblico. si tratta di due scritti di Togliatti del gennaio e febbraio 1944 destinati ai compagni italiani ( previa visione e verifica da parte di Molotov) in cui viene raccomandato di opporsi al governo Badoglio e a qualsaisi governo monarchico. Poi c’è l’incontro del marzo 1944 tra Stalin e Togliatti riportatoci dal leader comunista bulgaro in esilio Dimitrov nel suo diario, (pubblicato da Einaudi nel2002) in cui Stalin dice a Togliatti che la posizione antimonarchico e di opposizione al governo Badoglio deve essere momentaneamente abbandonata. Un mese dopo avverrà la c.d svolta di Salerno.
per un quadro riassuntivo si può leggere anche il saggio riassuntivo di Simona Colarizi nel vol 23 della Storia d’Italia UTET
interessante anche la lettura delle relazioni del V° congresso del PCI pubblicate da Editori Riuniti e in cui si registrano proprio questa difficolltà della dirigenza del partito nel far digerire alla propria base la svolta moderata.
Due libri su Sandro Pertini
Perchè Sandro Pertini continua a essere considerato il presidente più amato dagli italiani? Due libri che ne scavano la personalità ci aiutano a capirne un po’ di più.
Andrea Gandolfo SANDRO PERTINI. DALLA NASCITA ALLA RESISTENZA Aracne ,pp. 640, € 30
Gandolfo presenta un quadro completo dell’attività politica pertiniana dagli anni Venti alle giornate della Liberazione: la battaglia antifascista, l’iscrizione al Partito Socialista, la formazione del nuovo Stato repubblicano.
Massimiliano e Pier Paolo Di Mino – Il libretto rosso di Sandro Pertini – Purple Press – pp. 249, € 12
il volume è una raccolta di interventi, articoli, discorsi, interviste, mai generici; precchi i giudizi taglienti
Nato a San Giovanni di Stella, in provincia di Savona, nel 1896, Sandro Pertini ebbe appena il tempo di abbracciare la causa socialista sui banchi di scuola prima di ritrovarsi in trincea a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel corso dei combattimenti guadagnò sul campo la medaglia d’argento al valor militare, ma questo non lo risparmiò dalle persecuzioni fasciste una volta smobilitato. Avversario irriducibile del Duce e dei suoi sgherri, Sandro Pertini patì le bastonature, il carcere e l’esilio, ma niente servì a piegarlo. Protagonista della Resistenza al nazifascismo, conquistò come partigiano una medaglia d’oro, divenendo celebre per il suo perentorio: “Bisogna mettere i tedeschi di fronte a un’alternativa, arrendersi o perire”.
Le fonti storiche su Scipione l’Africano
Le principali fonti storiche dell’antichità sul grande generale romano Publio Cornelio Scipione detto l’Africano sono la Storia di Roma di Tito Livio e le Storie di Polibio, mentre la Vita di Scipio scritta da Plutarco non giunta fino ai nostri giorni.. Tra i saggi moderni va citati la biografia di Basil Liddle Hart e il saggio di Giovanni Brizzi che mette anche in evidenza il comune destino tragico che l’Africano condivise con l’altro protagonista di Zama: il cartaginese Annibale
Mussolini nel 1917 fu stipendiato dai servizi segreti inglesi
Benito Mussolini è passato alla storia come uno dei
fondatori dell’Asse del male. Ma è emerso un nuovo aspetto
del curriculum del Duce: la sua breve carriera come agente
segreto britannico. Alcuni documenti d’archivio rivelano
che Mussolini ha cominciato la sua carriera politica nel
1917 grazie a uno stipendio settimanale di 100 sterline
pagatogli dai servizi segreti britannici. L’MI5 deve aver
pensato che fosse un buon investimento: non solo faceva
propaganda a favore della partecipazione dell’Italia alla
prima guerra mondiale sul suo giornale, ma era anche
disposto a mandare i suoi ragazzi a “persuadere” chi
manifestava per la pace a stare a casa.
Berlinguer: “la democrazia valore universale”.
E il discorso tenuto in occasione della celebrazione del 60° anniversario della Rivoluzione d’ottobre Mosca, 3 novembre 1977 da Berlinguer, lo strappo da Mosca, in cui afferma che la democrazia “è un valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista”
Cari compagni, rivolgo a tutti voi il saluto fraterno del Pci. Con legittima fierezza – come ha detto il compagno Breznev – i comunisti e i popoli dell’Unione Sovietica festeggiano i 60 anni della vittoria della Rivoluzione socialista d’ottobre, anni di un cammino tormentato e difficile, ma ricco di conquiste nello sviluppo economico pianificato, nella giustizia sociale e nell’elevazione culturale; un cammino nel quale grandeggiano il vostro contributo determinante con il sacrificio di milioni e milioni di vite umane, alla vittoria sulla barbarie nazifascista e la vostra costante opera per difendere la pace mondiale. Con la Rivoluzione socialista del ’17 si compie una svolta radicale nella storia; e così la sentono anche oggi i lavoratori di tutti i continenti. La vittoria del partito di Lenin fu di portata veramente universale perché ruppe la catena del dominio, fino ad allora mondiale, del capitalismo e dell’imperialismo, e perché, per la prima volta, pose a base della costruzione di una società nuova il principio della uguaglianza fra tutti gli uomini. Attraverso la breccia aperta qui 60 anni fa, presero vita i partiti comunisti e, successivamente, in conseguenza del mutamento nei rapporti di forza su scala mondiale realizzatosi con la sconfitta del nazismo, in altri paesi si è potuto intraprendere il passaggio dal capitalismo a rapporti sociali e di produzione socialisti mentre in interi continenti si sono affermati movimenti che hanno fatto crollare i vecchi imperi coloniali e, nei paesi capitalisti, sono cresciute le idee del socialismo e l’influenza del movimento operaio. Il complesso delle forze rivoluzionarie e di progresso – partiti, movimenti, popoli, stati – ha in comune l’aspirazione ad una società superiore a quella capitalistica, alla pace, ad un assetto internazionale fondato sulla giustizia: qui sta la ragione indistruttibile di quella solidarietà internazionalista che va continuamente ricercata. Ma è chiaro anche che il successo della lotta di tutte queste forze varie e complesse esige che ciascuna segua vie corrispondenti alle peculiarità e condizioni concrete di ogni paese, anche quando si tratta di avviare e portare a compimento l’edificazione di società socialiste: l’uniformità è altrettanto dannosa dell’isolamento. Per quanto riguarda i rapporti tra i partiti comunisti e operai, essendo pacifico che non possono esistere fra essi partiti che guidano e partiti che sono guidati, lo sviluppo della loro solidarietà richiede il libero confronto delle opinioni differenti, la stretta osservanza della autonomia di ogni partito e della non ingerenza negli affari interni. Il Partito comunista italiano è sorto anche esso sotto l’impulso della rivoluzione dei Soviet. Esso è poi cresciuto soprattutto perché è riuscito a fare della classe operaia, prima e durante la Resistenza, la protagonista della lotta per la riconquista delle libertà contro la tirannide fascista e, nel corso degli ultimi 30 anni, per la salvaguardia e lo sviluppo più ampio della democrazia. L’esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione – così come è avvenuto per altri partiti comunisti dell’Europa capitalistica – che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista. Ecco perché la nostra lotta unitaria – che cerca costantemente l’intesa con altre forze di ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale – è rivolta a realizzare una società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale. Compagni, grandi sono i compiti a cui siete chiamati dagli stessi alti traguardi raggiunti nello sviluppo del vostro paese, e alta è la funzione che vi assegna la delicata fase internazionale nella lotta per la pace, per la distensione, per la cooperazione fra tutti i popoli. Molto cammino dobbiamo ancora percorrere tutti. Noi comunisti italiani siamo certi tuttavia che, sviluppando secondo i compiti e i modi che a ciascuno sono propri i risultati della Rivoluzione d’ottobre, i partiti comunisti e operai, i movimenti di liberazione, le forze progressiste di ogni paese riusciranno a determinare – nel conseguente universalizzarsi della democrazia, della libertà e dell’emancipazione del lavoro – il superamento su scala mondiale del vecchio assetto capitalistico e, quindi, ad assicurare un futuro più sereno e felice per tutti i popoli. Vi ringraziamo, cari compagni, per il vostro invito a queste solenni celebrazioni della Rivoluzione d’ottobre e accogliete il caloroso augurio che i comunisti italiani trasmettono ai comunisti, ai lavoratori, ai popoli dell’Unione Sovietica per il successo della causa della pace e del socialismo.
L’Unesco toglie Dresda dal patrimonio dell’umanità
Dopo la drastica riduzione – nel gennaio scorso – del numero delle vittime del bombardamento terroristico angloamericano del febbraio 1945 – da 250 mila ad appena 18-25 mila secondo gli studi della commissione d’inchiesta ufficiale – nuovo schiaffo per la memoria storica della città sassone di Dresda. Quella che è conosciuta come la “Firenze della Germania” è stata tolta dalla lista del Patrimonio Mondiale universale UNESCO. A far decidere i 21 membri del Comitato è stato il progetto di realizzazione di un ponte, giudicato troppo urtante per l’ambiente. L’ipotesi di realizzazione della struttura era già stata ipotizzata dal sindaco della città quattro anni fa al momento della candidatura vincente della città tedesca rasa praticamente al suolo durante la Seconda guerra mondiale. Dresda era stata designata patrimonio dell’umanità per lo storico ambiente romantico, decantato dai letterati tedeschi, che dopo la guerra fu interamente riedificato con un paziente lavoro di ricostruzione tutt’oggi in corso. Secondo i 21 delegati UNESCO la nuova opera in cemento armato toglierebbe invece valore al tessuto urbano di Dresda.
De Vecchi: la marcia di Roma doveva farsi ad agosto
Se le cose fossero andate così sarebbe davvero clamoroso. A parlarne non è uno storico qualsiasi ma uno studioso di grande livello come Eugenio Di Rienzo, che nel secondo fascicolo di quest’anno del quadrimestrale <Nuova rivista storica> analizza un documento finora inedito. Si tratta del memoriale che il quadrumviro Cesare de Vecchi di Val Cismon scrisse in terza persona durante il 1946 e che presentò al processo cui fu sottoposto nel novembre dell’anno successivo alla seconda sezione della Corte d’assise speciale di Roma. De Vecchi doveva difendersi dall’accusa di essere stato uno dei quadrumviri, uno dei leader del colpo di Stato del 22 ottobre 1922, insomma della cosiddetta <marcia su Roma>.
La tesi difensiva di de Vecchi era semplice e lineare: egli, a suo dire evitò la sanguinosa e vera Marcia su Roma che avrebbe dovuto verificarsi ai primi d’agosto, come reazione del Partito nazionale fascista allo sciopero legalitario organizzato dalle confederazioni sindacali nel luglio 1922. La disposizione del segretario del Pnf, di cui de Vecchi era venuto a conoscenza, impartiva a tutti i Fasci <l’ordine rivoluzonario che imponeva l’attacco contro le istituzioni dello Stato, il disarmo improssivo e violento delle stazioni isolate dei Carabinieri, la marcia successiva sulle città e quant’altro di stile, natura e sistema caratteristico dell’antico armamentario rosso e dell’antica pratica fatta da Mussolini>. Continua a leggere…
Il numero della Bestia dell’Apocalisse: è il 666 o il 616?
In Apocalisse 13,18 è scritto: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.” Si tratta del passo che indica il celebre numero identificativo della Bestia. Ma già nell’interpretazione su chi sia questa Bestia le conoscenze popolari comettono un’errore: Giovanni infatti non intendeva riferirirsi direttamente a Satana, l’angelo ribellatosi a Dio, bensì di chi esercita sulla terra il potere del male in suo nome come spiegato poco prima in Ap 13,11-12:” E vidi un’altra bestia,che saliva dalla terra, e aveva due corna, simile a un agnello, e parla come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia di fronte a essa e fa in modo che la terra e quelli che abitano in essa adorino la prima bestia“
Secondo l’interpretazione maggiormente in voga tale numero si rifarebbe alla somma del valore delle lettere ebraiche ( QSRNRON; anche gli ebrei e i greci come i romani usavano lettere per indicare numeri) di Cesare Nerone, il primo grande persecutore di cristiani ( da cui “essa rappresenta un nome” d’uomo) assunto a immagine di tutti i nemici del cristianesimo.
Il 6 inoltre rappresenta il numero dell’incompletezza. 6 ripetuto tre volte rappresentano dunque i continui fallimenti dei persecutori dei cristianiche verranno sconfitta ala fine dei tempi dal ritorno del Figlio dell’Uomo
Ma una recente ricerca fatta da un gruppo di paleografi inglesi guidati dal professor David Parker dell’università di Birmingham ha proposto un’interpretazione diversa: l’esame agli ultrarossi di un frammento papiraceo , il P115 di Ossirinco ( il più antico testo dell’Apocalisse che ci sia pervenuto risalente alla fine del III , inizio del IV secolo) che riporta invece in Ap 3,18 il numero 616. Secondo Parker applicando il criterio interpretativo della gematria ((la coincidenza tra numeri e lettere) il 616 corrisponderebbe non a Nerone ma all’imperatore Caligola, noto per aver cercato di far erigere una sua statua nel tempio di Gerusalemme; va detto che questa interpretazione continua a essere meno convincente ( Nerone rappresenta molto meglio di Caligola il persecutore dei cristiani cui Giovanni intenderebbe riferirsi) e in ogni caso non esclude l’ipotesi del 666 per alcune ragioni. Già Sant’Ireneo conosceva l’esistenza di versioni dell’Apocalisse con il 616 ma considerò questa versione spuria, il che ne limitò conoscenza e diffusione perché il santo vescovo di Llione era stato seguace di uno dei discepoli diretti di San Giovanni Evangelista, e dunque considerato un’autorità al riguardo. Dunque considerando che Ireneo è vissuto nel II secolo e che il frammmento è di fine III secolo-inizio IV secolo,( cioè successivo all’interpretazione di Ireneo stesso) in pratica esso ci conferma quanto Ireneo già diceva oltre un secolo prima cioè che esistevano differenti versioni dell’Apocalisse alcune delle quali scrivevano il numero 616 invece di scrivere 666.
C’è un’altra interpretazione secondo cui il 616 sarebbe il numero del Paraclito, cioè dello Spirito Santo. Questa tesi appare anche logicamente abbastanza improbabile: 1)l’ipotesi della bestia con lo Spirito Santo non c’entra nulla con il resto del teso che parla di una bestia che serve un drago che bestemmia Dio. Perché Lo Spirito Santo dovrebbe bestemmiare Dio? 2) I numeri verrebbero usati da Giovanni per sfuggire a eventuali persecuzioni e ritorsioni dell’autorità romana. Ora è evidente che con lo Spirito Santo questa precauzione non avrebbe alcun senso; mentre si spiegherebbe qualora dietro al 616 si volesse indicare in Caligola (o in Nerone?) “la Bestia” nemica dei cristiani. Ma a questo punto bisognerebbe tornare a domandarsi: chi fu più tristemente famoso per le persecuzioni dei cirstiani: Nerone (il 666) o Caligola ( il 616)?
Storia del Kosovo: la millenaria contesa tra serbi e albanesi
Determinare l’appartenenza etnica del Kosovo fino al VI° secolo è operazione quasi impossibile. Alcuni storici ritengono che le antiche popolazioni della regione apparternessero allo stesso ceppo degli albanesi. A partire dal VI° secolo si insediarono le prime colonne di Slavi che, provenendo dall’attuale Polonia, attraversarono il fiume Danubio e iniziarono a penetrare verso il cuore dei Balcani attorno al VII secolo, sfidando l’autorità di Bisanzio la quale indebolita anche in virtù delle pressioni persiane e musulmane nelle regioni orientali dell’impero dovette allentare il controllo ad occidente. Dal IX° secolo cominciò un netto predominio etnico serbo. Nel 1180 Stefan Nemanja, uno dei signori che regnava su uno dei tanti piccoli principati in cui era allora divisa la Serbia assunse il controllo di parte del Kosovo. Il resto della regione venne annesso dal suo successore Stefan Prvovenčani nel 1216 che andò a costituire unentità teritoriale unita corrispondente all’incirca alla nostra Serbia e Montenegro. A questo periodo è risalente la costituzione di numerose chiese e monasteri ortodossi. Lo stato serbo, in cui permaneva comunque una minoranza albanese, crollò nel 1355 e si divise in tanti staterelli incapaci di fronteggiare l’avanzata ottomana che sconfisse la coalizione serba nella battaglia di Kosovo Polje nel 1389. Ma nonostante questa battaglia sia entrata nel mito come una sconfitta decisiva serba in realtà la resistenza durò fino al 1455 . Solo a partire da quella data il Kosovo entrerà a far parte delll’impero ottomano rimanendovi fino alle soglie della prima guerra mondiale (1912) quando durante le guerre balcaniche fu anessa nuovamente alla Serbia. é in questi secoi che si sono creati le tensioni tra serbi ( ortodossi) e albanesi ( musulmani). Infatti durante il dominio ottomano ( a partire dal XVII° secolo) è testimoniato un notevole incremento dell’elemento albanese in una regione comunque spopolata e a maggioranza serba. Con la riunone del Kosovo alla Serbia gli albanesi vennero in gran parte allontanati a cavallo tra le due guerre mondiali. Quando nel 1941 la Jugoslavia venne spartita tra tedeschi e italiani questi ultimi penetrando dallo stato fantoccio dell’Albania operarono una persecuzione nei confronti dell’elemento serbo del Kosovo procedendo a massacri e alla deportazione di oltre 80000 serbi kosovari e procedendo alla loro sostituzione con coloni albanesi. con il crollo del fascismo il controllo della regione venne assunto dai nazisti che proseguirono nell’opera di pulizia etnica ai danni dei serbi. Nel 1975 nella Iugoslavia di Tito fu concesso al Kosovo lo status di provincia autonoma, ma negli anni’80 i rapporti tra maggioranza albanofona (pari ormai al 90% della popolazione) e minoranza serba si vennero deteriorando e nel 1989-90 tale autonomia venne di fatto annullata. Gli albanesi allora si organizzarono in uno stato parallelo con scuole e parlamento propri ma a partire dal 1997 si scatenarono le violenze tra la formazione militare kosovara dell’UCK e l’esercito serbo la cui repressione ha provocato l’allontanamento di molti kosovari albanesi dalle loro terre. Nel marzo 1999, dopo un tentativo fallito a Parigi di indurre le parti in lotta a un accordo, la NATO ( senza l’avallo dell’ONU) assunse l’iniziativa di attaccare con massicci bombardamenti la Serbia, rispose intensificando la propria pulizia etnica costringendo a fuggire centinaia di migliaia di albanesi. Dal 1999 a seguito della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 il Kosovo è stato messo sotto protezione dell’ONU e della NATO con la creazione di un governo e di un parlamento serbo. Nonostante l’amministrazione ONU continuano le tensione e dal 2004 si registrano attacchi degli albanesi contro la popolazione serba e le chiese e i simboli ortodossi.
Piano Marshall e crescita economica italiana (1951-61): alcuni dati
l’italia dal 1948 al 1952 ha ricevuto tra capitali e merci donate dagli stati Uniti aiuti per 1508 milioni di dollari, ( pari cioè al 10% dell’erp european recovery program) di cui solo 95 come prestiti. negli anni 50 nonostante gli sprechi e la mancanza di una programmazione economica in particolare per il mezzogiorno (l’Iri nel perido 1948- 55 destinò apena il 20% dei suoi investimenti al Sud) l’italia da paese prevalentemente agricolo diviene una nazione industrializzata. il prodotto interno lordo dal 51 al 61 calcolato a prezzi correnti ( avendo come base il livello prezzi del 1938 ) è aumentato da 14000 miliardi a 25000 con una media del 5% annua e punte dell’ 8, 5% . mentre in precedenza i settori trainanti dell’economia erano l’alimentare e il tessile adesso la crescita viene dall’industria. negli anni 50 i settori meccanico e chimico triplicano le loro esportazioni. la forza lavoro si trasferisce dall’agricoltura verso l’industria e i servizi ( con incrementi occupativi medi rispettivamente di oltre il 10% e del 5% ) nel 1962 il tasso di disoccupazione è del 3% pari alla piena occupazione. sempre negli anni 60 la costruzione delle autostrade dota l’Italia di uno dei più moderni sistemi viari dell’europa (peccato si sia rimasti ai livelli di allora e non si siano sviluppati nel frattempo sistemi di trasprto alternativi come la ferrovia). la media annua della crescita del settore industriale fu del 10% negli anni 50, quella del settore agricolo del 3% e sempre negli stessi anni iol reddito pro capite da 500 dollari annui a quasi 1000 dollari.

